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Pagina:Mamiani - Teorica della religione e dello stato, 1868.pdf/462

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434 capitolo decimosesto.


mente se ogni giorno lo premerà con più stretto assedio e più veemente la opinione di coloro i quali esprimono il senno migliore e più liberale del secolo ed esprimono ad una il sentimento cristiano più puro ed illuminato. Mentre poi, come si accennava di sopra, vedrà la Curia romana il suo piccolo territorio girato da ogni banda e quasi allacciato dalle braccia robuste d’un ampio regno e poderoso e al quale desidera con ardenza di unirsi buon numero dei cittadini di quello. Certo è d’altro lato che la pluralità dei cattolici poco o nulla si turberebbe quando anche fossero congiunte al Regno d’Italia una o due altre delle poche provincie rimaste al pontefice, ovvero egli proseguisse a dominar nella sola sua Roma, o quando anche della metropoli gli appartenesse quella porzione che chiamasi città leonina prolungata poi al di fuori mediante una zona di paese e una strada ferrata la quale spiccandosi dal lato boreale di essa città scendesse lungo la sinistra sponda del Tevere insino al mediterraneo dove Porto d’Anzio porrebbe la Roma papale in comunicazione libera con le esterne contrade e dove sbarcherebbero in suolo neutrale i commissarj e rappresentanti dei governi cattolici. E veramente o bisogna allargare il dominio laico del papa in modo che rompa e infiacchisca la recente unità del grosso Stato italiano, ovvero si dee condurlo a quei termini che calmino le fantasie volgari e le persuadano non v’essere possibilità materiale di stender le mani sulla sacra persona del Vicario di Cristo; quando peraltro ciò non fosse tatto assai più impossibile dai sentimenti e costumi del nostro tempo nei quali soli (giova il ridirlo più volte) è riposta oggi la guarentigia piena e costante delle forze morali; e ognuno ricorda che il colmo dell’autorità teocratica non salvò Gregorio VII dalla fuga e l’esilio, nè Bonifacio VIII dalla ceffata vituperosa e còdarda del Nogarette; come del pari le belle