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I PRIMI PASSI
(manualetto del cinedilettante)
Anni or sono le prime macchine da presa cinematografica per amatori furono chiamate le ‛motociclette del cinema’ quasi a distinguerle dall’auto rappresentata dal complesso meccanico-ottico dell’apparecchio da presa destinato ai professionisti. Ma la motocicletta, con l’andare degli anni, si è accostata alla bicicletta;
e se l’auto vera si semplificava fino ad arrivare alla portata della giovinezza, quell’altra auto — cioè la macchina destinata ai teatri di posa — si complicava fatalmente dinnanzi alle esigenze della luministica ed in ispecie del sonoro.
La bicicletta è alla facile portata di tutti, anche dei bambini: ed ecco che le piccole camere da presa sono scese sino ai fanciulli ed hanno consentito il formarsi di tutto un mondo inteso a completare, integrare, sostituire quello della fotografia, sia pure gradualmente. Secolo dinamico il nostro, che si identifica nel movimento; è quindi logico che anche la fotografia — per quanto bella sempre immota — acquisti vita. Il graduale processo di perfezionamento delle macchine fotografiche ci ha condotto verso tipi di apparato utilizzanti la pellicola, sì da permettere la ripresa di una serie successiva e complessa di pose od istantanee; parallelo, il perfezionamento delle macchine cinematografiche per dilettanti ha condotto all’evoluzione dal formato standard dei 35 mm, a quello ridotto dei 17,5, dei 16, dei 9,5 ed infine dell’8. Superato il primo ostacolo della standardizzazione effettuata e realizzata per tenace volontà dell’Istituto di Roma del Cinema Educativo, oggi imperano sul mercato gli apparecchi 16 mm, (da considerare come formato medio nello standard) e 9,5 ed 8 (da considerare come formato piccolo o ridottissimo).
Solo il perfezionamento nei sistemi meccanici da una parte, ottici dall’altra, e chimici di sensibilizzazione della pellicola, poteva consentire la discesa verso formati ridotti atti a risolvere un complesso di problemi tali da imporre laIl veloce progresso, dovuto ad una schiera di costruttori e tecnici di ogni Paese, ci porta, infatti, alla semplicità massima nell’uso (caricamento, impiego, ecc.), all’adozione di una pellicola a formato ridotto sensibilissima, e tale da consentire magnifici effetti di presa con luci diverse e con una messa a fuoco agevole; alla possibilità di risparmio consentita dall’inversione del negativo in positivo; infine, alla creazione di una quantità di proiettori familiari di alto rendimento. L’evoluzione — molto rapida — della macchina da presa per dilettanti può essere paragonata a quella più lenta dell’apparecchio fotografico. Anche questo si distingueva nettamente, col volgere del tempo da quanto continuava ad essere destinato al professionista della fotografia. Nei primi due decenni del nostro secolo le macchine fotografiche raggiungevano una tale semplicità e perfezione da essere accessibili a tutti; man mano subivano poi un secondo grado di evoluzione conducendo il dilettante, attraverso apparecchi più complessi nell’uso, ma tuttavia semplici, al tipo di apparato che oggi nulla ha da invidiare a quello del più esperto professionista.
Allo stesso modo le macchine cinematografiche per dilettanti, se da una parte presentano una realizzazione meccanica di estrema semplicità nell’uso, dall’altra hanno visto sorgere tale un complesso di accessori, da consentire al non professionista il raggiungimento di obbiettivi artistici ed estetici molte volte paragonabili a quanto si realizza in un teatro di posa del più esperto operatore. Apparecchi semplici, leggeri, facilmente maneggiabili, azionati a molla, muniti di obbiettivi luminosi e con facilità cambiabili, pellicola atta ad essere impressionata in ambienti poco illuminati, filtri, ecc.
Di tutto questo parleremo, in forma semplice e piana. Le nostre non vogliono essere delle istruzioni puramente meccaniche, almeno in un primo momento. Vogliamo solo introdurre tanto il fotografo (possibile e potenziale cine-dilettante), quanto il possessore di piccole macchine cinematografiche, verso la conoscenza esatta di alcune norme che possono consentire agevolmente un impiego intelligente degli apparati, il risparmio nel consumo della pellicola, l’uso della stessa con vivace intelligenza ai fini di una artistica ripresa.
Prima di tutto: come va tenuto l’apparecchio?
Ricordiamo che si tratta di una macchina cinematografica, non fotografica. Per quest’ultima — quando si vogliano prendere delle istantanee — non sorge il problema dell’assoluta immobilità; nel Cinema, invece, si tratta di ottenere una serie di istantanee successive che, sullo schermo, ci appariranno come riproduzione esatta di un oggetto o di una persona in movimento. Se durante la presa si effettuano movimenti — anche lievi — da parte del cinedilettante (movimenti che non siano effettuati con la cura che in sèguito indicheremo) il risultato apparirà evidente e spiacevole nella proiezione; questa risulterà traballante, mossa, sgradevole alla visione.
Necessita quindi un primo addestramento da compiere con tranquillità, per esercitarsi a tenere saldamente la macchina in mano.
Sarà superato in questo modo l’inconveniente che si manifesta quasi sempre per i cine-dilettanti in erba: quello di dare all’apparato un tremolìo che si risolve in un saltellamento di scene sullo schermo.
Sarà, dunque, opportuno non tenere la macchina così:
Non la si tenga neanche in questo modo:
(Continua al prossimo numero)
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