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Uno dei còmpiti più difficili per il dilettante che si accosta alla macchina cinematografica è quello della ’conquista del paesaggio’.
Facilissimo nelle apparenze, oltremodo difficile nella sostanza. Sembrerebbe che, una volta ottenuta una buona inquadratura ed una messa a fuoco adeguata con una diaframmazione ben studiata, tutto il problema sia risoluto. Non è così, se si vuol realizzare una composizione dei quadri che riesca efficace ed interessante alla proiezione. La maggior parte dei soggettini che vengono ritratti dai dilettanti sono immoti, freddi, privi di anima, stancano.
La prima operazione, dunque, dev’esser quella di una buona scelta del paesaggio. Il ritrarre quanto si presenta uniforme, con scarsa vita, non è cinematografo. Il dinamismo, infatti, scompare per cedere il posto alla fotografia e alla cartolina illustrata. Nè si deve credere che con uno spostamento lento della camera, con una panoramica cioè — anche se ben realizzata — l’effetto sia
ottenuto: l’immagine apparirà dinanzi ai nostri occhi, in proiezione, sempre ferma, statica, priva di vibrazione e d’interesse.
Nel paesaggio occorre, poi, che vi sia un punto centrale, di richiamo o di riposo: un motivo pittorico, artistico, dinamico che arricchisca il paesaggio e lo renda a noi gradito.
Malgrado questo, però, il rischio di realizzare una ripresa che poi nella proiezione ci appaia piatta, non interessante, resta. La bellezza paesistica è resa tale dalla varietà dei piani. Un quadro a noi risulta bello quando il pittore è riuscito a realizzare la profondità che dia risalto ad alcuni elementi. A volte un solo elemento accessorio: delle rocce, degli alberi, degli uomini, degli animali possono darci subito lo stacco dei piani ed| 197 |