Pagina:Manzoni.djvu/257

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i promessi sposi. 255

alla vita dell’Autore e a’ suoi conoscenti, che accrescono vivacità e naturalezza alle sue mirabili ipotiposi, per tacere de’ casi, ne’ quali egli nomina direttamente o sottintende troppo chiaramente i suoi amici Giovanni Torti e Tommaso Grossi, di cui loda i versi «pochi e valenti» di cui raccomanda, con molta industria, la diavoleria ch’egli stava scrivendo a Brusuglio, ossia il poema de’ Lombardi alla prima Crociata, i Promessi Sposi sono pieni zeppi di osservazioni maliziose tutte manzoniane, traendone talora materia dalle occasioni più impensate. Tutti ricordano il viaggio di Renzo allo studio del dottor Azzeccagarbugli, coi quattro capponi che doveano servirgli di commendatizia. Renzo, agitato dalla viva passione, «dava loro di fiere scosse e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate,» al qual punto l’Autore soggiunge: «le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una coll’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.» Quest’osservazione messa lì, come per sotterfugio, è forse più potente, pel suo effetto, di tutto il bellissimo Coro della battaglia di Maclodio, che lamenta le discordie italiane, più potente perchè meno enfatico, e più opportuno, più speciale. Gli esuli italiani che si laceravano, talora, senza pietà, da quelle poche parole erano invitati a pensare. Ed il pensare, in simili casi, è, quasi sempre, un rimediare. Quanta forza satirica in una sola frase manzoniana! La serva del dottor Azzeccagarbugli, per un esempio, sa bene che il suo padrone è così abile, così destro avvocato da far parere galantuomo qualsiasi birbante che si raccomandi a lui; non vi è causa spallata che nelle sue mani non sia diventata buona;