Pagina:Manzoni.djvu/295

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il manzoni e la critica. 293

infinito. Ho qui solamente toccato di un difetto fisico del Manzoni solamente per mostrare come anche da esso il Manzoni abbia saputo trovar nuovo alimento alle sue inesauribili arguzie.

Molti venivano a domandargli pareri letterarii in iscritto, ma inutilmente.

Un parere scritto gli era pure stato chiesto, prima ch’esso pubblicasse le sue Novelle, dall’illustre poetessa piemontese Diodata Saluzzo, ed egli allora s’era schermito con queste parole: «Ella dee dunque sapere che io ho un’avversione estrema, come una specie di terrore, all’esprimere giudizio su cose letterarie, massime in iscritto, e a ridurre in breve i motivi; questa avversione nasce in me dall’incertezza o, dirò meglio, dalla improbabilità di farlo bene, e dalla difficoltà del farlo comunque. Il giudizio di una parola può essere, ed è sovente, derivato da principii di una grande generalità; di modo che non sia possibile motivarlo, nè quasi esprimerlo, senza espor quelli, cioè senza scarabocchiar molte pagine. Nel che sovente il lavoro materiale sarebbe ancora la più piccola faccenda; vi è questo di più che tali principii ponno essere, e sono sovente (parlo del fatto mio) tutt’altro che connessi, che certi, che distinti, puri e riducibili a formole precise e invariabili; e l’applicazione che pur se ne fa, è un tal quale intravvedimento; è quel che Dio vuole; ma pur lo si fa. E siccome questa incertezza o confusione è anche, per men male, riconosciuta sovente dall’intelletto, in cui è, così dove si vorrebbe un giudizio, spesso non si presenta che un dubbio, più difficile assai a mettere