Pagina:Marinetti - Teatro.djvu/167

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Una voce

Pompieri! Pompieri!

Gli studenti

Imbecille, lascia bruciare!

Un’altra voce

È il mercante di stoffe che ha dato fuoco alla sua bottega! Per dispetto! Disse: «Speravo di possedere i più bei rossi del mondo, sono disonorato!» Ora corre laggiù gesticolando come un demente!

Gli studenti

La parola al poeta Serena!

Serena

Buio completo. Sul palcoscenico appare ritta Lucia bianca in un proiettore bianco.

Quanto fuoco e quanto ferro ho scaraventato su quella collina calma semplice e pura nell’alba gelida del Carso! (Si spegne il proiettore. Buio. Poi luce sulla scena precedente) Cuore mio tamburellante, non stancarti di colpire quel delicatissimo viso distratto! Tetro e carnevalesco shrapnel, scoppia sulla sua fronte casta a grandinargli addosso coriandoli di gioia feroci. Ho paragonato la mia torturante pena d’amore allo strazio di mille malati operati senza cloroformio sotto strambi bisturi ghiotti di ferite aperte. Ah! Ah! Il loro strazio fisico non era che un soldino caduto dalle tasche bucate di un aviatore volante sopra gli straricchi grattacieli di New York. Ti ho sognato nel lugubre vapore rosso dei mattatoi fra i buoi sventrati che rantolano e sputano catarrosamente la morte dai loro tubi di scappamento, con lunghi sguardi transoceanici. Nei sobbalzi della morte ogni bue sbandierava fuor del ventre budella cordami e alberature di navi assalite

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