Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/247

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179.Sette forate e stridule cicute
con molle cera di sua man composte
bella varietá di voci argute
formano in disegual serie disposte;
onde il silenzio de le selve mute
impara ad alternar dolci risposte,
ed a le note querule e canore
la la Ninfa degli antri aspro tenore.

180.Questi veduta allor la meschinella
languida starsi, e sconsolata e sola,
pietosissimamente a sé l’appella,
e con dolci ragion poi la consola:
«Rustico mi son io, Giovane bella,
ma dotto assai ne l’amorosa scola;
e di quel mal, che ’n te conosco aperto,
per lunga etá, per lunga prova esperto.

181.11 piè tremante, il pallidetto volto,
quegli umid’occhi e que’ sospiri accesi
mi dan pur chiaro a diveder, che molto
hai dal foco d’Amor gli spirti offesi.
Odimi dunque, e l’impeto sí stolto
frena de’ tuoi desiri a morte intesi;
né piú voler, de l’opre lor piú belle
omicida crudel, tentar le stelle.

182.Il mal che ben si porta è lieve male,
e vince ogni dolor saggio consiglio,
e ne lo stato misero mortale
è maggior gloria ov’è maggior periglio.
Mi son noti i tuoi casi, e so ben quale
sia de la bella Dea l’alato figlio.
Non ti doler, ché se ben or ti fugge,
so che non men di te per te si strugge.