Pagina:Martini - Trattato di architettura civile e militare, 1841, I.djvu/147

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

libro i. 127

massime conoscendo essere conforme alla prima, cioè all’influenza di Mercurio signore di quelli, che nelle prenominate arti sono atti a divenire eccellenti (1); e così a quello che la natura m’inclinava, non mi determinava; ma più volte mosso dalla ragione non sottoposta alle inclinazioni corporee, in qualche più vile e meccanica arte fui per esercitarmi, sperando in questa con minor peso di animo, se non di corpo, alle necessità del vitto mio possere supplire, non sapendo detestare alcun principe o potente della esigua retribuzione loro per l’influenza predetta. Ma bene di gran laude riputeria degno chi per ragione la detta inclinazione dominasse. Così stando in questa ambiguità, perchè è cosa difficilissima alle impulsioni naturali resistere, quelle che liberali seguire (sic), e desiderando nell’arte del disegno e architettura parte dell’antigrafica venire a qualche perfezione, feci fermo proposito di non perdonare a fatica alcuna, la quale io vedea necessaria per conseguire questo fine. Perocchè gli autori che in architettura hanno scritto, non ci hanno lasciato i libri con l’arte compita, ed i vocaboli loro per le cagioni assegnate sono stati fatti ignoti, e gli esempi gran tempo stati in ruina (2); onde per molte circostanze considerando le antiche opere de’ Romani e de’ Greci (3) ottimi scultori e architettori, è stato necessario ritrovare quasi come di nuovo la forza del parlare degli autori, e il segno col significato concordando, massime di Vitruvio degli altri più autentico riputato: la qual cosa per forza di grammatica greca e latina mai si è possuto perducere a fine, benchè più peritissimi ingegni nell’una e nell’altra lingua si siano affaticati, come da me e dal mio Signore

  1. Chiamavano perciò queste arti belle, arti mercuriali, e ne trovavano ne’ bambini la predisposizione per astrologia e chiromanzia. Vedi il Vasari nella Vita di Pierino da Vinci.
  2. Questi autori d’architettura, i vocaboli usati dai quali eransi resi inintelligibili, sono Vitruvio col suo compendiatore de’ tempi bassi, Palladio, Rutilio, Plinio, e quindi i lessicografi Isidoro e Festo. Poco giovano gli Auctores finium regundorum. Non conto quanto ne dicono Filone il militare e Polluce, come neppure gli antichi meccanici, greci tutti, e sconosciuti al nostro Cecco.
  3. Nel codice Sanase manca la parola architettori che è pure indispensabile. Le opere de’ Romani sono i monumenti di Roma e campagna, e quelle de’ Greci, sono, cred’io, quelli delle vicinanze di Napoli, giacchè l’autore non ebbe campo di veder la Grecia. Forse però egli ebbe comodità di qualche codice di Ciriaco d’Ancona, le di cui raccolte assai giovarono agli architetti quattrocentisti. (Marini, Atti de’ fratelli Arvali, vol. II, pag. 721).