Pagina:Martini - Trattato di architettura civile e militare, 1841, I.djvu/183

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libro ii. 163


Detto degli antichi, conveniente è trattare dei moderni, dove per non essere tedioso e superfluo nello scrivere, di molte forme eleggendo le più utili, l’altre passerò con silenzio. E prima dirò della bocca del camino da basso, la quale nelle camere debba essere alta piedi due,

    parere nel tomo 65 della Biblioteca Italiana. E questi, specialmente il Fea, il Manuzio ed il Lipsio, raccolsero quanti passi di antichi autori potessero dar lume alla disquisizione: tralascio altri non pochi. Vedansi adunque i loro scritti, e poichè ad essi nulla si può aggiungere, io parlerò de’ camini ne’ tempi bassi ed in quelli più a noi vicini. Nulla di più ovvio che trovare ne’ documenti de’ secoli di mezzo la formola Actum in caminata, ed uno de’ più antichi nel quale se ne faccia menzione è quello dell’800 edito dal Fumagalli (Cod. diplomatico Sant’Ambrosiano, N.o 81), che vi aggiunse un cenno per impugnarne agli antichi la conoscenza e l’uso: ancor prima, cioè circa l’anno 830, parlava Anastasio Bibliotecario di tre caminate fatte da papa Valentino. In quella così generale infrequenza di comodi che regnava ne’ bassi secoli, era la caminata la sala ove si faceva fuoco, la gran sala de’ palazzi d’allora ove adunavansi le persone per gli atti pubblici; perciò la notata formola. Quindi io credo che le parole in Caminata Salae, che fastidiano il Muratori (Antiqq. Italicae, dissert. XXV) indicano che quella carta fu scritta al camino della sala, poichè assai soventi trovansi allora confuse le voci camino e caminata, la qual ultima non è che un addiettivo di sala, come vedesi ne’ rozzi versi che citerò qui sotto, e deriva dal camino che eravi, non dal verbo caminare, come leggesi nella Crusca. Bruciavasi nella caminata, o camino della sala caminata, carbone e soprattutto fascina, ed ecco come la descrive un poeta del XIII secolo (presso Frisi Memorie di Monza, Vol. III. pag. 235). Aula sit ornata..... Ampla fenestrata..... Clara. Caminata. sit fronde vel igne focata. Perciò, dalla forma di simili camini e dai materiali degli edifici, resi facili gl’incendi, ne sorse la famosa ed antica legge del Coprifuoco (Ignitegium). La forma delle caminate de’ tempi bassi si può vedere tuttora negli scaldatori de’ conventi de’ mendicanti, e di quelli conici ne cita il Della Valle (Lettere Sanesi, Vol. III pag. 119.) fatti in un suo castello da Federico II prima del 1250: ed era pochi secoli fa comune per tutta l’Europa settentrionale. Ecco descritti nel 1600 dal Busca (Archit. Milit., cap. 60) i camini nelle case rustiche di Francia, Borgogna e Savoia. «Fannogli nel mezzo della camera con una gran cappa, tanto capace, o poco meno, quanto è il cielo del luogo: acciò porti fuori il fumo senza impedimento. Restringendosi a poco a poco verso la sommità, la quale chiudono con due portelle a pendio, alzandole e calandole secondo che i venti battono. All’intorno di questo luogo si fanno panche per sedersi; et in questa maniera capiscono il doppio più della gente, che facendoli accostati da un lato». Parmi che all’aspetto di simili camini alluda un passo di Sidonio Apollinare, tenuto per assai buio, ma che per tal modo si spiega benissimo (Epistol., lib. II. 2). «In hyemale triclinium venitur, quod arcuatili camino saepe ignis animatus pulla fuligine infecit» cioè archeggiato su pilastrelli, ma lasciante tuttavia vagare il fumo per la stanza, quali insomma facevansi ne’ bassi tempi. I camini nostri li troviamo dapprima in Firenze, ove di uno ne è menzione sin da circa l’anno 1266. (Cronichetta di Neri degli Strinati): frequenti dovevano essere in Venezia nel 1348 (Giov. Villani XII. 121): pare che nel 1357 Francesco da Carrara ne portasse l’uso