Pagina:Mastro-don Gesualdo (1890).djvu/218

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 210 —


— Dite bene, lasciamo andare. Apposta son venuta a parlare con Bianca, perchè so che le volete bene. Adesso siete marito e moglie, come vuol Dio. Anch’essa è la padrona...

— Sissignore, è la padrona. Ma io sono il marito...

— Vuol dire che ho sbagliato, — disse la Sganci punta al vivo.

— No, non avete sbagliato vossignoria. È che Bianca non se ne intende, poveretta. È vero, Bianca, che non te ne intendi, di’?

Bianca disse di sì, chinando il capo ubbidiente.

— Sia per non detto. Non ne parliamo più. Ho fatto il mio dovere da buona zia, per cercare di mettervi d’accordo... Anche oggi, laggiù, al Municipio, avete visto?... quello che vi feci dire dal canonico Lupi?...

Lupus in fabula! — esclamò costui entrando come in casa propria, col cappello in testa, il mantello ondeggiante dietro, fregandosi le mani. — Sparlavate di me, eh? Mi sussurravano le orecchie...

— Voi piuttosto, buonalana! Avete la cera di chi ha preso il terno al lotto!

— Il terno al lotto? Mi fate il contrappelo anche? Un povero diavolo che s’arrabatta da mattina a sera!...

— Si discorreva della gabella delle terre... — disse don Gesualdo tranquillamente, tirando su una presa, — così, per discorrere...