Pagina:Mastro-don Gesualdo (1890).djvu/397

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in chiesa anche lui, a pregare Iddio che gli togliesse quella croce d’addosso. Invece il Signore doveva aver voltati gli occhi dall’altra parte quella mattina. Appena tornò dalla santa Messa, quel giorno segnalato, trovò la casa sottosopra; sua moglie colle mani nei capelli, le serve che correvano di qua e di là. Infine gli narrarono l’accaduto. Fu come un colpo d’accidente. Dovettero mandare in fretta e in furia pel barbiere e cavargli sangue. La gnà Lia si buscò uno schiaffo tale da fracassarle i denti. Bianca più morta che viva scendeva le scale ruzzoloni, quasi per fuggirsene anche lei, dalla paura. Lui, paonazzo dalla collera, colla schiuma alla bocca, non ci vedeva dagli occhi. Non vedeva lo stato in cui era la poveretta. Voleva correre dal giudice, dal sindaco, mettere sottosopra tutto il paese; far venire la Compagnia d’Arme da Caltagirone; farli arrestare tutti e due, figliuola e complice; farlo impiccare nella pubblica piazza, quel birbante! farlo squartare dal boia! fargli lasciare le ossa in fondo a un carcere! — Quell’assassino! quel briccone! In galera voglio farlo morire!... tutti e due!...

In mezzo a quelle furie capitò la zia Cirmena, col libro da messa in mano, il sorriso placido, vestita di seta.

— Chetatevi, don Gesualdo. Vostra figlia è in luogo sicuro. Pura come Maria Immacolata! Cheta-!