Pagina:Mastro-don Gesualdo (1890).djvu/411

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non cascarci più e le metteva il cuore in pace coll’assoluzione. La poveretta arrivò a scappare in casa dello zio Trao, onde buttarsi nelle sue braccia.

— Zio, tenetemi qui! Salvatemi voi. Non ho altri al mondo! Sono sangue vostro. Non mi mandate via!

Don Ferdinando era malato, coll’asma. Non poteva parlare, non capiva nulla, del resto. Faceva dei gesti vaghi colla mano scarna, e chiamava in aiuto Grazia, come un bambino, sbigottito da ogni viso nuovo che vedesse.

— Sì, tenetemi qui in luogo di Grazia. Vi servirò colle mie mani. Non mi mandate via. Vogliono maritarmi per forza!... in peccato mortale!...

Il vecchio allora ebbe come un ricordo negli occhi appannati, nel viso smorto e rugoso. Tutti i peli grigi della barba ispida parvero trasalire.

— Anche tua madre s’è maritata per forza.... Diego non voleva.... Vattene, ora.... se no viene tuo padre a condurti via di qua!.... Vattene, vattene....

Lo zio marchese, uomo di mondo, che ne sapeva più di tutti sulle chiacchiere raccolte a casaccio, prese a quattr’occhi don Gesualdo:

— Insomma, volete capirla? Vostra figlia dovete maritarla subito. Datela a chi vi piace; ma non c’è tempo da perdere. Avete capito?

— Eh?... Come?... — balbettò il povero padre sbiancandosi in viso.