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| 86 | Meditazioni di un brontolone |
La battaglia fra il timore dell’inferno e il desiderio della vita, fra le sentimentali aspirazioni al cielo e le potenti attrattive della terra, fra le contemplazioni infingarde dello spirito e l’energica operosità dell’intelletto, fra il dogma e la ragione, questa battaglia, che diverrebbe vittoria due secoli dopo con Lutero, con Zuinglio, con Calvino al settentrione, era già cominciata qui in Italia con Arnaldo, col divino Dante, con tutti gli scrittori del quattrocento, con le tre Accademie a Napoli, a Doma, a Firenze, con Caterina da Siena, con Girolamo Savonarola; qui ideale di calde fantasie, per mutarsi là in fatto coi tenaci propositi di fortissime genti; qui scintilla generatrice, là sviluppo d’irresistibile incendio.
Perchè - diciamolo di passaggio - la grande opera della riforma prosperò in Germania, ma era nata in Italia, ed era stata, fra noi, aspirazione più artistica che filosofica di ingegni elettissimi, per la più parte, increduli, mentre fra i Tedeschi divenne studio solenne del vero per parte di genti vergini e credenti; e mentre, fra noi, il concetto che informava la Diforma era sorriso di scettici, in Germania diveniva solenne affermazione della coscienza di una stirpe di pensatori.
Ma, per tornare all’operosissimo quattrocento e per vederne le origini nei costumi, nelle idee, nelle aspirazioni del popolo italiano - a quei tempi, quando l’Europa era ancora tutta quasi barbara, il popolo più colto, più sapiente, più civile del mondo - leggete il