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| Raffaello da Urbino | 87 |
Decamerone e confrontatelo con lo Specchio della vera penitenza del padre Passavanti; leggete le Poesie di Agnolo Poliziano e confrontatele con le Lettere di Caterina da Siena: là le due correnti che dividevano l’Italia, e che si insinuavano in tutta la sua vita pubblica e privata, appariscono evidentissime ed alle prese fra loro: da un lato c’è il popolo, arricchito dai commerci, e il quale vuol godere il ben di Dio messo da parte e comincia a ridere degli spauracchi, per tanti secoli usati ed abusati, della prossima fine del mondo, delle pene eterne dell’inferno, eco., ecc.; dall’altra la vera fede, cieca, ardente, che vagheggia ancora ed insegue i fantasmi dorati di un puro e santo idealismo.
Tali erano le condizioni morali e psicologiche del popolo italiano, quando l’amore dei Greci e dei Latini, la febbre classica ed archeologica suscitavano, da un capo all’altro della penisola, la universale crociata dell’erudizione alla conquista della sapienza antica.
E con la sapienza ritornò in campo e in onore la forma pagana ai danni dell’idea cristiana.
Questa idea, tutta astratta, che usciva dalla cerchia del mondo, per aspirare al cielo, che aveva in dispregio le voluttà terrene, beandosi anticipatamente dei futuri gaudii del paradiso, che abbandonava il finito per slanciarsi verso l’infinito, che considerava caduco e di niun valore il presente temporaneo ed incerto e faceva unicamente stima dell’eterno avvenire, era stata espressa o si esprimeva tuttora in scultura e in pittura con quanto meno di forma all’artista fosse possibile.
Lo scultore, il pittore, costretti pure, dalla limitazione dei mezzi tecnici di cui dispone l’arte, a servirsi