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| 88 | Meditazioni di un brontolone |
della forma, costretti a parlare ai sensi, fecero sforzi sovrumani, fecero d’ogni loro possibile per semplificare, assottigliare, idealizzare la forma; d’onde tutte quelle pitture e sculture secche, dure, stecchite, ischeletrite, così abbondanti nei due secoli del primo rinascimento: perchè lo studio dell’artista consisteva in ciò principalmente, eterizzare - se così mi si conceda di esprimermi - la carne, i muscoli, le ossa e spiritualizzare l’espressione dei volti: nei visi dei santi, delle sante, dei beati, delle vergini, dei martiri, degli angeli, dei cherubini, delle madonne doveva fiammeggiare l’ardore compunto delle anime loro, doveva alitare lo spirito.
Questo, dirò così, spiritualismo della forma nell’arte, si spinge dai primi e rozzi scultori greci del 950 e del 1000 fino ai Cosmati di Roma, a Niccola d’Angelo, a Pietro Fassa, ai contemporanei di Niccola e di Giovanni Pisani e fino alla scuola di Mino da Fiesole, e nelle sculture di questi stessi grandi, i quali già rincarnano, dirò così, le persone delle loro statuette nei bassorilievi, facendo più di un passo di ritorno verso il culto della forma, pur tuttavia appar manifesta quella tale tendenza spiritualizzatrice dell’arte cristiana di cui stiamo favellando.
La quale è più rimarchevole ancora in pittura; onde la vediamo profilarsi nelle larve, nelle fantasime di Giunta Pisano, di Bartolomeo dei Servi, di Fra Margheritone d’Arezzo, di Guido da Siena, di Bonaventura Berlinghieri, e poi apparire ancora nella forma migliorata di Cimabue, di Buffalmacco, e poi nelle novazioni - audaci, per quei tempi - di Giotto e dell’Or-