Vai al contenuto

Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/128

Da Wikisource.
114 Meditazioni di un brontolone

schiere della sua patria a Campaldino e a Caprona, aveva sostenuto già la più alta magistratura della Repubblica, il priorato e, travolto fra le inique trame ordite dai Neri, fornicanti con Bonifacio VIII e con Carlo di Valois, era stato bandito dalla patria con i capi di parte bianca.

L’esule infelice, ambasciato dalla ingiusta condanna che lo infamava come barattiere, desioso del bene di Firenze e della grandezza d’Italia, si va aggirando per le corti e per le città ghibelline di Toscana, di Romagna e di Lombardia.

Già, fra il rimescolìo dei fuorusciti, aspiranti alla riscossa, bramosi di vendetta, ansiosi della patria, già il magnanimo bianco fiorentino ha compiuto, nell’alta sua mente, il disegno del meraviglioso poema.

Forse l’idea dell’inferno gli era balenata nella fantasia prima degli studi filosofici e teologici, prima della magistratura, prima dello esilio, allorché aveva chiuso la seconda stanza della canzone

Donne che avete intelletto d’amore


pubblicata nella Vita Nuova, coi versi memorandi, posti in bocca a Dio e indirizzati agli angeli, che reclamano la presenza di Beatrice fra le loro schiere:

. . . . . . . . . or sofferite in pace
Che vostra speme sia quanto mi piace
Là, ov’è alcun che perder lei s’attende
E che dirà nell’inferno a’ malnati:
Io vidi la speranza dei Beati.

Forse l’idea del paradiso gli era essa pure entrata nell’intelletto - checché possa essere stato detto in con-