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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/129

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Roma nella mente e nel cuore di Dante 115

trario - fin da quando egli chiuse la Vita Nuova con queste non meno memorande parole:

«Appresso a questo sonetto apparve a me una mirabile visione, nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, siccome ella sa veracemente. Sicché se piacere sarà di colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita alquanto perseveri, spero di dire di lei quello che mai non fu detto di alcuna.»

Il concetto genetico adunque della Commedia era già surto nell’animo del poeta prima dell’esilio: le sventure d’Italia e sue ampliarono il primitivo disegno, crebbero materia all’edificio e ne affrettarono la erezione.

Pare certo che nel 1302 la prima cantica già fosse dal poeta incominciata.

Come voi ben sapete, signore, nel giorno di Sabato che precede la settimana santa del 1300, Dante Alighieri, si ritrova, senza sapere come egli vi fosse entrato,

Tanto era pien di sonno in su quel punto,
. . . . . . . . . in una selva oscura,
Chè la diritta via era smarrita.
 Ahi quanto a dir qual’era è cosa dura
Questa selva selvaggia ed aspra e forte
Che nel pensier rinnova la paura!
 Tanto è amara che poco più è morte.

Poco lungi da quella selva sorge un colle le cui spalle erano

Vestite già dei raggi del pianeta
Che mena dritto altrui per ogni calle.