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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/152

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138 Meditazioni di un brontolone

volontà, i moti tutti del suo cuore, le opere tutte delringegno suo.

Ma il Veltro invocato, atteso, non surse ai suoi tempi, ma il Duce che Beatrice nel Canto xxxiii del Purgatorio, Folco da Marsiglia nel Canto ix del Paradiso e San Pietro nel xxvii della medesima cantica avevano preconizzato, non apparve ai giorni del poeta.

Quel Veltro, quel Duce, concepiti dalla mente di Dante, fra i palpiti dei suoi desideri e delle sue speranze, evaporarono, con le ultime sue illusioni, con gli ultimi guizzi della luce meridiana, dinanzi agli occhi del poeta morente a Ravenna nel settembre del 1321, fra le braccia di Guido da Polenta.

Ma l’alta provvidenza che con Scipio
Difese a Roma la gloria del mondo

vide che l’ora in cui l’apostolato di Dante doveva mutarsi in fatto non era giunta.

E il poeta talvolta lo aveva sentito che il momento in cui le sue predizioni si avvererebbero rimaneva e doveva rimanere chiuso nell’eterno consiglio.

Onde nel Canto vi del Purgatorio, dopo avere, quasi irriverentemente, gridato:

E se licito m’è, o sommo Giove,
Che fosti in terra per noi crucifisso,
Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

si corregge subito e, con venerazione di sincero credente, soggiunge:

O è preparazion che nell’abisso
Del tuo consiglio fai per alcun bene
In tutto dall’accorger nostro scisso?