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| Goldoni a fronte di Molière | 229 |
l’italiano si ebbe a inerpicare, e i sussidii che quegli trovò lungo la strada e gli ostacoli che questi ebbe a superare; e perchè l’uno agevolmente e trionfalmente, l’altro con maggior lentezza, con minore efficacia, più incompletamente attingesser la mèta.
Là un uomo di genio che si accinge a donare alla Francia la commedia vera ed umana, in un momento in cui la nazione è surta ad unità di lingua e ad unità politica, in un momento in cui il cuore della Francia batte regolarmente a Parigi.
Già Marot e Ronsard, pur cosi potenti nei loro tentativi per dare un indirizzo e un carattere alla letteratura nazionale, son decaduti dal loro prestigio; già Malherbe ha gettato le fondamenta regolari del nuovo edificio della lingua, che, ampliato dalle riunioni della sala Rambouillet, sta trovando un assetto definitivo nell’opera della nascente accademia; già Rabelais, questo satirico vigorosissimo, questo sapiente analizzatore dell’aspetto comico della natura umana, ha iniziato il profondo studio del vero, e già Montaigne ha completato i suoi studi con i suoi Saggi imperituri, già Corneille ha tratto all’ammirazione l’Europa con le sue tragedie, e Pascal e Descartes grandeggiano nella storia del pensiero, quando Giambattista Poquelin, protetto dal Re e da una parte della Corte, imprende a studiare i difetti e i vizi di una società in mezzo a cui egli vive e della quale gli è concesso di porre in ridicolo i peccati e le debolezze. Il Molière scrive per la Francia, in una lingua che è da tutti intesa, ritraendo costumi che sono nazionali, studiando un vero che, sotto gli occhi di ciascuno, passeggia per le vie della grande metropoli.