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| 230 | Meditazioni di un brontolone |
Il Molière offre i suoi capo-lavori al giudizio di un pubblico sceltissimo, preparato a comprenderli, al giudizio di un pubblico spiritoso, colto, intelligente. Egli inizia e compie l’opera sua in mezzo allo splendore di un luminoso periodo di risorgimento politico e intellettuale, nel quale Re e popolo, costumi e lettere, pensiero ed arte, cospirano concordi al trionfo di quell’opera.
E qua invece?...
Carlo Goldoni, solo, povero, ignoto, che sorge per mandare ad effetto una universale riforma del gusto corrotto di una intera e divisa popolazione.
Egli appare in un’epoca di completo decadimento politico, morale, intellettuale; in mezzo ad una nazione, separata in tanti piccoli e fiacchi staterelli e la quale non ha più nè coscienza, nè carattere, nè intelligenza nazionale.
Nella penisola non v’ha più neppure il senso della lingua natia; in ogni provincia imperanti i dialetti; nel campo letterario la vacua e convenzionale gonfiezza dell’arcadia, non intesa dai volghi. Il gusto del pubblico pervertito dovunque e anelante o dietro le turgide fantasie di drammacci indigesti, o dietro le svenevolezze sentimentali di piagnolose commedie, o dietro i lazzi scurrili e le invereconde pagliacciate di maschere, improvvisanti la sceneggiatura della così detta commedia dell’arte.
Il Goldoni, solo, povero, ignoto, deve lottare contro tutti e contro tutto; contro il gusto del pubblico, contro le tradizioni artistiche, contro gli usi e gli abusi inveterati, contro l’interesse dei comici, contro quello