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| 236 | Meditazioni di un brontolone |
nell’ultimo secolo della repubblica. Li ebbe sempre dinanzi agli occhi e li carezzò con la sua fantasia e li vagheggiò come tipi ideali, riassumenti in se stessi, la forza, la gagliardia d’animo, gli ardimenti generosi, l’astuta politica, i vizi, le virtù, la grandezza e lo splendore di quel popolo poderosissimo onde essi furono grandi e avventurati capitani, onde noi siamo, un po’ degni e un po’ degeneri nipoti.
Dopo avere ritratto Mario, il rude ma audacissimo parlatore, il povero figlio della plebe, non per virtù delle immagini dei maggiori, ma pel suo valore, per la adamantina sua tempra, per l’altissimo suo militare ingegno assunto all’onore di sette consolati, onore che, solo, ei conseguì, fra tutti i romani dell’epoca repubblicana; dopo avercelo mostrato rintuzzatore dell’invidia di Lutazio Catulo e dei patrizi, sapiente e fortunato vendicatore delle tante sconfitte toccate dai Romani per opera dei Cimbri e dei Teutoni sulle rive del Rodano; dopo avercelo delineato rigidissimo, di ferrea disciplina osservatore, del proprio valore baldanzosamente altero, dalla tormentosa cupidigia degli onori agitato, Pietro Cossa cede all’impeto che lo sospingeva, da gran tempo, a presentarci Silla, l’emulo profondamente callido, sottilmente avveduto, gagliardamente fiero, del vincitore di Giugurta e dei Cimbri, Silla, di cui è difficile dire se maggiore fosse la irremovibile ferocia dell’animo o l’altezza della mente, la sfrenata dissolutezza o l’insaziata ambizione.
Dire di questi due grandi qual fosse più grande sarebbe ardua cosa: e un tale parallelo richiederebbe, ad ogni modo, un volume: forse, come il povero Cossa