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| Mario e i Cimbri - Silla | 237 |
pensava e come pensa chi scrive queste linee, il villano di Arpino più largamente del vincitore di Mitridate fu dotato di tutte le qualità elle formano il grande capitano, ma a Silla, che, forse, a ben studiarne le imprese, fu anch’egli duce valente, ma, più specialmente, duce fortunatissimo, ma a Silla cedette nell’ampiezza dei concetti politici e nell’acutezza dei pensamenti nel governo della repubblica; poiché è indubitato che l’amante della cortigiana Nicopoli vide più profondo del terzo fondatore di Roma nelle due grandi quistioni che agitavano, a quei giorni, la penisola; le leggi agrarie e la cittadinanza degli italiani. Silla, rappresentante dell’elemento esclusivamente romano e propugnatore della causa patrizia vide nell’aggregamento dei soci italici alle trentacinque tribù cittadine il completo assorbimento della romanità per parte dell’elemento italiano: e lo temette e lo oppugnò: vide nell’emancipazione dei plebei l’abbassamento dell’onnipotenza patrizia e la temette e la oppugnò. E che egli vedesse bene lo dimostrarono gli avvenimenti compiutisi più tardi; che, concessa la cittadinanza agli italiani e, per opera del dispotismo alleatosi alla demagogia, lenite le miserie e carezzate le passioni della plebe, ambidue questi fatti affrettarono la caduta della repubblica.
Mario, italiano e plebeo, sostenitore, con Saturnino e con Sulpizio, di quelle due cause, in se stesse giustissime, attrae di più le nostre simpatie, ma ciò non ci deve impedire di riconoscere che, nel propugnarle,