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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/253

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Mario e i Cimbri - Silla 239

quanto sangue sarebbe egli stesso, di lì a pochi anni, trascinato a versare e quanto più ne verserebbe, senza esitazioni, senza scrupoli, senza rimorsi, il ferocissimo Silla, oli, si può asseverare, senza tema di essere contraddetti, die esso non avrebbe ondeggiato in imperdonabili dubbii il giorno della sommossa!


Mario e i Cimbri è un dramma nel quale Pietro Cossa, fresco ancora de’ classici studii, si attiene più alla via seguita dall’indomito Astigiano che a quella battuta dall’immortale poeta di Stratford e nella quale, pur tuttavia, egli si getterebbe, più tardi, con tanto slancio e con tanta lena.

Non già che nel Mario si scorga quella ristrettezza di linee, quell’angustia di spazio, quella secchezza di contorni alla quale, spontaneamente, s’immolò, nella quale, per un malinteso ardore di classico grecismo, si racchiuse inesorabile l’autore del Saul, tarpando le ali poderose del proprio genio e vietando così a se stesso i voli più sublimi a cui avrebbe potuto elevarsi, no: in questa tragedia, trattata sulle orme dell’Alfieri, spira nondimeno un anelito poderoso di vita e campeggia una gagliarda aura di libertà e di indipendenza da certe regole, da certi ceppi, da certe tradizioni, da far presagire che, non a lungo, l’autore di essa si sarebbe rimasto impastoiato nelle grettezze aristoteliche. Il Mario e i Cimbri del Cossa si accosta più alla larghezza e disinvoltura della Virginia che alla magrezza ossuta dell’Ottavia e dell’Agamennone e, più ancora che