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| 240 | Meditazioni di un brontolone |
alla Virginia dell’Astigiano, si accosta al Caio Gracco del Monti.
V’è arditezza di concepimento nell’azione, quantunque essa appaia soverchiamente esile per potersi avvolgere e svolgere legittimamente nelle pieghe rettoriche dell’ampia toga dei cinque atti tessutele attorno dall’autore; vi sono lampi d’ardimenti anti-classici nei tocchi che delineano le figure dei personaggi e nella stessa verseggiatura, frondosa e ridondante, in questo Cossa della prima maniera, più che non siamo avvezzi a trovarla nel secondo Cossa, nel Cossa del Nerone, del Giuliano, della Messalina, dei Borgia e della Cleopatra; nella verseggiatura stessa non fan difetto, or qua, or là, le studiate sprezzature, i tratti di verismo, le apparenti e volute trascuratezze.
Undici sono i personaggi principali della tragedia, ma oltre questi undici vi sono legionari, soci italiani, duci cimbri che favellano, si muovono, strepitano e, non come comparse, ma, a modo di personaggi, prendono una certa parte all’azione.
In tutto il dramma, che si svolge per tre atti nel vallo romano, per un atto nel campo dei Cimbri e per l’ultimo atto presso il campo di battaglia sull’Adige, in tutto il dramma c’è la ricostruzione quasi perfetta dell’ambiente, dei costumi, dell’epoca. Quei romani, tranne che, forse, talvolta, sono un po’ troppo verbosi, e tal’altra un po’ ampollosi, o blagueurs - come direbbero i vincitori dei Krumiri, - quei romani sono veri soldati romani e parlano il linguaggio che loro si addice in ogni circostanza dell’azione e rappresentano allo spettatore la vera vita di un latino accampamento.