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| 242 | Meditazioni di un brontolone |
Egli subdolo e preveggente, incita. Catulo, nell’interesse della casta patrizia contro a Mario, contro
. . . . . . . . . . a questo
consol plebeo, rude, inquieto e intento
a inceder sull’altrui fama e a spregiarla,
e alla domanda di Catulo
E chi potrà lottar con Mario?
risponde:
. . . . . . . . . ogn’uomo
che non sia volgo... — io, forse.
E quando il console patrizio gli rammenta l’ossequio dovuto alle leggi e al primo magistrato della repubblica, Silla, nella sua risposta, palesa come egli intenderà e praticherà la legalità a suo tempo.
E qui Silla arde d’invidia e d’odio contro Mario e medita la mina di lui; egli attinge nel suo sdegno i presagi del futuro:
. . . . . . . . . . e non andrai
cura agli sguardi e agli inni della plebe
solitario sdegnoso in Campidoglio. —
All’odio mio, al senato, ai tempi, il resto.
Marta, che prende sul serio la sua parte d’indovina e, a un certo punto, vorrebbe prono ai suoi vaticini anche Mario, il quale non manca di ricordarle che essi non possono da lei essere profetati che per il volgo, Marta è avvolta, durante il dramma, in un velo fatidico che le dà una certa impronta di energia e di originalità.
. . . . . . . . Indifferente
io passo su le gioie de’ mortali
e su i loro sepolcri