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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/257

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Mario e i Cimbri - Silla 243

essa esclama: e le sue sarcastiche parole sono sempre inspirate ad alti e vigorosi pensieri. Essa considera che

. . . . . . . . . . . misterioso è questo
esister per morire, ed ove i numi
frenassero col nulla il miserando
succedersi di gente e di battaglie,
su le reliquie umane, insultatrice
lampa risplenderebbe eterno il sole,
immemore del tutto e in se beato:

e, con gagliardo concetto, osserva che

. . . . . . . . . . . antico
popolo giganteo visse, ed oscuro
perla: sfidò l’Olimpo e restò grande
perchè la man d’un Dio l’ha fulminato;

e domanda se all’uccidersi per non servire, non debba preporsi il vivere per vendicarsi:

. . . . . . . . . . . . il sepolcro ridona
una patria perduta? Il senno eterno
arbitra in terra delegò la forza;
e usarla o soggiacervi è umano. Io piansi,
non obliai: dal pianto l’odio, e vissi
e or più non gemo su la mia sventura.

Mario, comecchè forse la rusticana alterezza e il soldatesco orgoglio che Sallustio gli attribuisce nel Giugurtino abbia talvolta il poeta esagerato, cangiandoli quasi in iattanza e spavalderia, è tratteggiato a colpi di scalpello vigorosi, con austerità, con rigidezza, con gagliardia. Quando egli rimprovera i soldati tumultuanti per invocar la battaglia, quando contende con Lutazio e con Silla, quando discute con Marta e con Beorice, è sempre, quantunque più rettorico che non