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| 244 | Meditazioni di un brontolone |
si convenisse, dignitoso, orgoglioso, audace, fierissimo e sdegnosissimo
. . . . . . dell’ira de’ patrizi a’ quali incresce
l’operante virtù nova, superbi
di quella morta co’ lor padri, e avvezzi
il brutt’ozio a celar con la gloriosa
ombra de’ monumenti e de’ sepolcri.
Egli impreca ai corrottissimi suoi tempi in cui
. . . . . . . . . . .
dall’oro il lusso, e all’oro
la fe si vende ed il pudor, cui deve
ogni umana virtù quella bellezza
cbe affascina talvolta anco l’iniquo:
e prevede - nè so io davvero se egli realmente lo prevedesse - che
. . . . . . . . . . .
.dalla sua grandezza
ornai .Roma precipita, e già forse
nato è colui cbe su la gran rovina
arditamente s’ergerà tiranno.
Egli, come già Manlio Torquato al figlio disobbediente, fa mozzare il capo al legionario Trebonio, che contro il divieto consolare, ha accettato la sfida d’un Cimbro e lo ha vinto. Brevissimo e commovente è il dialogo che chiude la scena fra Mario e Trebonio:
Mario. - All’intimo tuo sdegno e non a Roma
ubbidisti. Littori è vostro: ei s’abbia
morte al cospetto de’ plaudenti.
Trebonio -. . . . . . È bella
la colpa mia, bello è il morir per essa;
nè la tua scure infamerà il mio nome.
Mario (restato solo). - Mi duol spegnerlo; e il debbo.
E bellissima è, a mio avviso, l’ultima pennellata, con la quale, il poeta ha compiuto il ritratto dell’eroe