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| Vincenzo Monti imitatore | 271 |
di Otello, s’aderge quell’altra gigantesca creazione, quel maraviglioso Jago, sublime impasto d’invidia, d’ambizione, di cupidigia, ravvolto nella più ricca, multiforme e soave veste d’ipocrisia che indossasse mai impostore al mondo, dal Gerione del divino Alighieri al Tartufo di Molière, dal Riccardo III dello stesso Shakspeare al Francesco Moor di Schiller; qua una slavata e fiacca riproduzione - fiacchissima di fronte all’originale - nella persona di Zambrino. Là il generoso, nobile, ma pur debole e tutto umano Cassio, qua il nobile, generoso Ubaldo, i cui contorni però son meno veri, più indeterminati, più confusi e avvolti in una rosea nube di calde, ma pur rettoriche, declamazioni.
Il triangolo, adunque, sul quale poggiano i due drammatici edifici è perfettamente uguale in ambidue gli autori: il genio del male - Jago, Zambrino - l’onestà impotente - Cassio, Ubaldo - la passione umana - Otello, Matilde. - V’ha una sola differenza fra l’uno e l’altro edificio, ed è questa: quello dello Sliakspeare è grandioso, imponente, incantevole nella sua semplicità, quello del Monti piccino, gretto e lievemente barocco. Le statue che scolpisce e delle quali adorna il suo palagio il lanaiuolo, o il macellaio che fosse di Stratford, sono statue fidiache di granito; quelle onde cerca di abbellire la sua casupola l’abate di Fusignano paiono figurine alla roccocò dipinte sulle porcellane di Sevres. L’inglese è terribilmente vero, I italiano è rumorosamente artificiale; quegli ha l’esuberanza poderosa del genio, questi ha gli amminicoli stentati di un intelletto vigoroso, ma non creatore.