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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/372

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358 Meditazioni di un brontolone

così, un secolo e mezzo prima del Molière, la Lucrezia della commedia italiana contrapponeva alle restrizioni mentali e alle sottigliezze casuistiche di Timoteo, le pure e semplici interpretazioni che alla vera morale evangelica dava la sua onesta coscienza.[1]

I tratti, che io ho riportato lungo questo studio della parte di Fra Timoteo, bastano a mostrarlo quale egli ci si presenta, fin dalla prima e quale e’ si mantiene fino all’ultima scena, cupido di danaro, fraudolento e impostore, intento sempre a piegare e a sottoporre la

  1. Il Camerini, il Villari, il Gioda, il De Sanctis, l’Emiliani Giudici, il Ciampi, il Settembrini, - il quale nel vol. II, cap. 53, nota che nessuno osservò più profondo del Machiavelli e nessuno fra gl’italiani sin oggi ha scritto una commedia che valga la Mandragola, che egli chiama il capolavoro della drammatica nostra - il Tallarigo, il Graf, il Macaulay, il Sismondi, il De Amicis, Gaspar Amico son tutti concordi nell’ammirare, in genere, il carattere di Fra Timoteo, che, da tutti, è ugualmente riconosciuto come una vera creazione. Meno il Graf, il De Amicis suddetto e il Ruth (Geschichte der italienischen poesie) tutti riconoscono in Fra Timoteo il tipo dell’impostore, ad eccezione del Ginguené che lo fa con qualche riserva.
          Il De Sanctis trova che Fra Timoteo è il precursore di Tartufo, meno artificiato, anzi tutto naturale. Anche Edgard Quinet (Révolution d’Italie, II, 1) afferma che il Machiavelli crée dans Frère Timothée l’aièul de Tartufe; opinione partecipata dal Sismondi e, in genere, anche dal Ginguené: che, parlando del Frate, dice «Il n’est ni débauché, ni mème, trop hypocrite: il ne s’occupe que de faire venir l’argent au convent, et, comme on dit l’eau au molin. Tout moyen lui parait bon: mais au fond il n’est pas plus méchant qu’autre, et c’est la grande différence qui est entre lui et Tartufe, auquel on pourrait croire qu’ à d’autres un égards il a pu servir de modèle
          Sembra che anche il Gioberti (Del Buono e del Bello, Firenze, Le Monnier, 1853) accoppii Fra Timoteo e Tartufo, quantunque questi due caratteri a lui non piacciano, là dove dice (pag. 430) «.... il male dee essere adoperato con gran misura e mitigato col bene e da questo squisito temperamento nasce la stupenda perfezione che nel Chisciotte del Cervantes, nel Falstaff del Shakspeare e nell’Abbondio del Manzoni si ravvisa: tre fatture comiche alle quali non so qual’altra in alcuna lingua per la pellegrina eccellenza del concetto e esecuzione si possa pareggiare. Il quale elogio non si può fare al Tartufo del Molière, nè al Timoteo del Machiavelli, con tutto l’ingegno che vi mostrano gli autori, perchè la bruttezza morale di tali personaggi eccede i limiti conceduti al poeta.»
          E a questo modo di considerare il carattere del Frate sembra che si avvicini alquanto il De Sanctis il quale, dopo aver dettato le parole che di sopra riportammo, addentrandosi di più nell’esame dell’indole di Fra Timoteo, trova che questo tipo d’ipocrisia «non è abbastanza idealizzato» e che «ha colori troppo crudi e cinici;» ciò che non gli impedisce di concludere che tutta la commedia