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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/393

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La «Mandragola» di Niccolò Machiavelli 379

Ah! la morale!... eccola la grande obiezione!

Sapevamcelo, diran quei di Capraia e diciam noi: quale, sospinti di parapetto in parapetto, avreste fi-

    afferma che i tre caratteri di Nicia, di Fra Timoteo e di Lucrezia sono «toutes trois traitècs de main de maitre, ammira la nettetè et la pr’écision avec lesquelles sont dessinés les caractères» e dice che «ce ne sont pas là personnages de convention, mais des portraits vivents
          Il buon Tiraboschi (Storia della Letteratura Italiana, III, 63) ammira troppo il Granchio attribuito, a quell’uggioso e iroso pedante che fu Leonardo Salviati e troppo loda la Calandra del Cardinal Bibbiena per poter applaudire nelle commedie del Machiavelli qualche cosa oltre la purità della lingua.
          Il dottissimo Gravina (Ragione Poetica, Venezia, tipografia di Alvisopoli, 1829, lib. II, cap. 21), benché vi accenni di sfuggita, loda le commedie del segretario Fiorentino.
          Perfino il Crescimbeni, quantunque cosi parziale e, sovente, così privo di discernimento nei suoi giudizi, loda non poco (Commentari di G. M. Crescimbeni alla sua storia della volgar poesia, Roma, per Antonio Rossi, 1702), nel Lib. IV, Cap. 6° la Mandragola del Machiavelli.
          Il Napoli Signorelli (Storia critica dei Teatri antichi e moderni, Napoli, V. Orsino, 1813, voi. V, Cap. 4°) si palesa ammiratore caldissimo della Mandragola
           L’Algarotti (Opere, Cremona, per Lorenzo Manini, 1783, vol. IX, Lettere, pagina 13) trova, nella Mandragola, «l’eleganza del dire di Terenzio e la forza comica di Plauto» e scommetterebbe che quella commedia avrebbe mosso a riso lo stesso Orazio «cui non garbeggiavano gran fatto i sali plautini.»
          Benedetto Gerolamo Feido, un erudito spagnolo, nel suo Teatro critico universale, ossia ragionamenti in ogni genere di materia per disinganno degli errori comuni, traduzione dell’Abate Antonio Eligio Martinez, Genova, G. B. Ferrando, 1779, nel voi. V, Ragionamento 3°, intitolato il Machiavellismo degli Antichi, pieno di inesattezze per ciò che riguarda la vita e le azioni del Machiavelli, mentre difende in parte questo dalle accuse mosse alle dottrine politiche da lui professate, trova l’autore del Principe fornito di un più che mediocre ingegno, lo acclama poi poeta eccellentissimo e loda la Mandragola che, non si sa perchè, afferma composta sul gusto dei poeti greci.
           Il Maffei (Storia della Letteratura Italiana di Giuseppe Maffei, Firenze. Le Monnier, 1853), scrive: «quell’altissimo ingegno del Machiavelli, avendo considerato le intime potenze ed i più occulti vincoli dell’ordine sociale, aguzzò l’occhio anche al vizio ed al ridicolo che in tante guise trasmutano l’aspetto della società e si dilettò di presentarne l’immagine nelle sue commedie, il cui intrigo è condotto con molto artificio, gl’incontri son nuovi e comici, schietto il dialogo, caldo e spedito, e veri i caratteri.»
          Il Bettinelli in quel suo affannoso e fiacco Risorgimento d’Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il mille, nel decimo dei 24 volumi, onde si compone l’edizione delle sue Opere edite ed inedite, Venezia, 1779, presso Adolfo Cesare, al capitolo VI, intitolato Feste e Spettacoli, in una nota a pie’ della pagina 31, scrive che «ben è curioso legger le lodi date a queste commedie (la Mandragola e la Clizia) come se fosser l’ottime del teatro italiano, essendo in vero lor primo merito lo stile fiorentino colle più licenziose e triviali profanazioni del costume onesto.» E questo è tutto ciò che il Gesuita, detrattore del Divino Dante, ha inteso ed ammirato nelle commedie del Machiavelli. Non si può