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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/395

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La «Mandragola» di Niccolò Machiavelli 381

nanzi ad ogni altra cosa, cotesta solenne ed assiomatica affermazione, ogni opera d’arte, oltre al fine puramente estetico, doversi proporre anche un intento morale. Noi vi potremmo domandare: in quale codice

    parlato nei paragrafi precedenti, da due parti opposte venivano a riscontrarsi «e a toccarsi nella commedia; e il fatto di uno storico e di un epico commediografi dà ragione, più assai che ogni lungo discorrere, di quel secolo e di quella letteratura.» osservazione che, molto più ristrettamente e soltanto per ciò che riguarda il Machiavelli, era stata fatta dal Ginguenè (opera citata) allorché notò che «de tous Ics contrastes qui existe quelquefois entre les diverses productions des grands hommes le plus extraordinaire est peut-òtre celiti que forme, avec les discours sur Tifo Live, aree Vllistoire de Florence et avec le livre du Prince, la comedie de la Mandragore.»
          Il Corniani (Secoli della Letteratura Italiana, Milano, Ferrano, 1832, Ep. IV, Art. 3°) leva a cielo, come opera perfetta, la Mandragola .
          Il Riccoboni (Histoire du Théâtre italien depuis la décadence de la comédie latine, Paris, André Cailleaux, 1730, pagina 145) trova originale la Mandragola «et toute d’invention de l’auteur» e afferma che quella «c’est une des bonnes comédies, que nous avons, mais il ne voudrait pas dire qu’elle fut la meilleure
          Il Cantù (Storia della Letteratura Italiana, Firenze, Le Monnier, 1865), dopo aver detto, al capitolo IX, che il Machiavelli «dettò sconcie commedie» soggiunge più sotto, parlando delle commedie dell’Aretino, del Bibbiena, del Machiavelli «. . . . . immorali, oscene, micidiali composizioni: ma che importa? erano belle e bastava, l’immaginazione ne era ricreata, abbagliata la ragione, ecc.» Pur tuttavia nel Cap. XVI trova nella Mandragola «caratteri felici, giusta distribuzione di accidenti, sali graziosi, ecc.»
           Il Quadrio, Della Storia e della Ragione di ogni poesia, Milano, F. Agnelli, 1744, nel lib. II, dist. 1° capo 3° particella 4ª (!!!) non può negare, e si scorge che lo fa a malincuore, che la Mandragola fosse tutta d’invenzione dell’autore, ma nega ciò che uno «egli non sa più quale scrittore, per altro di merito,» aveva affermato essere cioè «la Mandragola unica commedia e ’l pezzo migliore che abbiano gl’italiani,» e asserisce che «quel messere non dovette averne vedute altre molte, perchè molte altre sono che contendono a questa il posto.» E quali mai?!..
          L’Andres, Dell’origine, progressi e stato attuale d’ogni letteratura, Parma, Stamperia Reale, 1785, più discreto del Quadrio, pur mostrandosi poco amico del teatro comico del cinquecento, nel tomo II della parte I, lib. II, capit. 4° (!!) ammette che «fra le commedie di quell’età meritano il primo luogo la Mandragola e la Clizia, le quali hanno un dialogo più animato, mostrano più moto e più spirito nell’andamento, e si nello stile che nell’invenzione e nella condotta sono assai più comiche delle altre,» quantunque poi dica che anche queste peccano di lentezza e di languore per la imitazione dei complimenti, delle frasi, delle espressioni dei comici latini...». (Nella Mandragola??!!) Oh uh potta di S. Puccio, mi sentirei tentato di esclamare col sommo Machiavelli. Si scommetterebbe quasi che il buon abate non l’avesse letta la Mandragola!
          Il Colombo invece, uomo di squisito gusto, nella sua Lettera sulla lingua del trecento, (Opere di Michele Colombo, vol. 146, della Biblioteca scelta pubblicata m Milano per Gio. Silvestri, 1842) dopo aver lodata la Clizia, esclama: «e non è gran peccato che sia empia ed immorale la Mandragola, la quale supera forse tutte le commedie or mentovate (quelle del cinquecento) nella grazia del dire?»
          Salvatore Betti, erudito di molta dottrina e letterato di sagace discernimento,