medie dell’Aretino e i Capitoli di Monsignor Della Casa, là, in mezzo a quella società in putrefezione, che vive, si agita e ride, gaia, elegante, che corrono dai spensierata, nei tempi pontificati di Calisto III e di Ales-[1]
↑ una commedia gli elementi della Tartuferia, rivelando risolutamente il marcio dello stato ecclesiastico.» Egli vede nel Machiavelli un continuatore del Boccaccio, il quale, nelle sue novelle, aveva, con piacevolezza d’umore, trattato lo stesso argomento, la corruzione della Chiesa. «Ma il Machiavelli - soggiunge il Mumdt - getta serie e grandi ombre sull’esistenza civile e sociale di quella età, mostrando gl’istrumenti e gli organi della Chiesa nella loro dissoluzione e nella più aperta contraddizione con le dottrine evangeliche nel Padre Timoteo, il quale, in questa commedia, riunisce le più basse furfanterie e le compie sotto il suggello dell’autorità chiesastica. Carte con cui viene presentato questo monaco è, anche sotto il rispetto drammatico, da maestro. Esso ci rappresenta, in un certo modo, una fisiologia della coscienza clericale, la quale non poteva essere dall’autore rilevata con maggiore mordacità.» Insomma nella Mandragola già si sentono le punture del pungiglione della riforma religiosa.
Il Tortoli, nel discorso che precede le Commedie e satire di Ludovico Ariosto, (Firenze, Barbèra) loda molto il Machiavelli, specialmente per i due caratteri di Fra Timoteo e di Frate Alberigo, quantunque poscia dica che in nessuna commedia di quel tempo si trova «un quadro compiuto della società, per formare il quale bisogna andar raccozzando i materiali sparsi qua e là,» mostrando così di non avere apprezzato al suo giusto valore tutta l’ampiezza di linee e la perfezione di disegno e di colorito di quel gran quadro che è la Mandragola.
Il Polidori (Opere minori di N. Machiavelli, rivedute sulle migliori edizioni con note filologiche e critiche di F. L. Polidori, Firenze, Le Monnier, 1852) nella prefazione qualifica di celebre e di stupenda la Mandragola, e ammira le attitudini comiche dell’immortale Segretario fiorentino.
Il Cereseto (Storia della Poesia Italiana di G. B. Cereseto, Milano, G Silvestri, 1857) nel volume II, lezione 35ª, dice del Machiavelli commediografo che «... se non avesse trattato la commedia come semplice ricreazione di più alti studi, non sarebbe riuscito secondo ad alcuno, tale è il suo ingegno comico, la maniera franca e disinvolta del suo pennello e la profonda conoscenza del cuore umano. Ma come è sovrano nel magisterio della lingua e dell’arte, specialmente nella Mandragola, altrettanto è lurido nelle dipinture.»
L’amico mio Ferdinando Martini, in un suo scritto giovanile (Dello stato passato e presente della Letteratura Drammatica in Italia, pubblicato nella Rivista contemporanea, anno IX, vol. XXVII dell’ottobre 1861), il quale sembra frutto di un senno maturo, tanto è pieno di profonde e acute osservazioni, così scriveva: «Chi vorrà, per esempio, tacciare di mera servilità la più grande, la più inventiva commedia del cinquecento, la Mandragola del Machiavelli? Qui e azione e caratteri e forma e sostanza tutto è del tempo e tanto poco del tempo che sentì dal dialogo quasi scappar fuori il sogghigno della riforma religiosa. In una parola in tale comico componimento il Machiavelli non è meno acuto, nè meno profondo filosofo che nelle sue scritture storiche e politiche.»
L’Agresti (Studi sulla Commedia italiana del secolo XVI, Napoli, Stamperia della R. Università, 1871) imprese a sostenere, con corredo di amorose e pazienti ricerche, l’originalità della commedia italiana del cinquecento, dando alle stampe questo studio diretto ad un fine completamente opposto a quello propostosi dal