| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 394 | Meditazioni di un brontolone |
Canzoniere di Galeazzo di Tarsia e alle Maccheroniche del Folengo, là, fra quella società in cui la Calandra e la Mandragola son recitate, fra le più grasse risa e i più caldi plausi, nelle principali Corti italiane, in
Il compianto Atto Vannucci, nel suo Discorso pel quarto centenario di Niccolò Machiavelli, inserito negli Annali Universali di Statistica del 1860, vol. XXXX serie 4‘, loda le commedie «eleganti, allegre, originali» del Fiorentino, nelle quali questi «ritrasse le imposture dei Frati e i rotti costumi della città.»
Marc Monnier, nel suo dotto e brillante studio: Le Thèàtre italien au XVI siècle, inserito nella Bibliothèque Universelle et Revue suisse del 1882, LXXXXIIe année, Troisième Période, Tom. XVI, combatte, con assennata acutezza di critica, i giudizi, soverchiamente severi, del De Gubernatis a proposito della Mandragola che il Monnier trova la «plus belle du siexle, et la plus forte, a son sens, de tout le Thèàtre italien.» E, dimostrato, vittoriosamente, che la immoralità rimproverata al Machiavelli, è comune a tutti gli scrittori del cinquecento, il Monnier rileva giustamente che il nostro autore, a differenza di tutti i comici del suo secolo, non prende il soggetto della sua
commedia nè in Plauto, nè
in Terenzio,
ma lo trae dal vero; e l’interesse drammatico egli non lo ricerca «dans les artifices, les stratagemes, les ficelles,» ma «là où l’auraient cherché les maitres souverains, Shalcspeare et Molière, dans la vèrité humaine.»
Riconosciuto, quindi, nel Machiavelli un genio di prim’ordiue, il critico osserva
che il Fiorentino «créa ces deux figures, le bonhomme Nicias et le Frère Timothee, qui sont les plus vivantes, les plus distinctes et les plus profondément fouillès qui aient jamais pani sur le Th atre italien.» E, all’obiezione del De Gubernatis, che Messer Nicia non è nuovo, che egli si chiameva già Calandro in una precedente commedia, il Monnier risponde: «Oui, mon ami, vouz parleriez d’or, si le bonhomme Nicias n’était qu’un mari imbécile. Mais ce qui fait de Machiavel un maitre, c’est que ce mari imbécile n’est pas un masque, c’est une phisonomie, n’est pas un type, c’est une personne aussi vrai que George Dandin qui ne lui rassemble pas.»
E, dichiarandosi concorde col Macaulay, il Monnier continua ad esaminare e ad ammirare il carattere di Nicia, e levando a cielo quello di Fra Timoteo vero, umano, capace del male.... come del bene, scioglie un inno alla finezza artistica, con cui sono tratteggiati gli altri personaggi del capolavoro machiavelliano.
Del rimanente la Mandragola era conosciutissima in Francia nel gran secolo di Luigi XIV, era stata tradotta da J. B. Rousseau e servì allo squisitissimo La Fontaine a tema di una delle sue inimitabili novelle, intitolata, appunto, La Mandragore. (La Fontaine, Contes et Nouvelles, Paris, Firmili Didot, vol. III, 2°). Anzi, tutto lo stupendo racconto di messer Nicia, nella scena 2a dell’atto V, quando egli narra come si passassero le cose fra sua moglie e il garzonaccio suonator di liuto, parve tanto e così efficacemente comico al celebre favolista francese che fu da lui tradotto, parola per parola, nell’ultima parte della sua novella.
Il fatto dunque che l’immortale Molière può aver letto la commedia del Machiavelli nella traduzione di J. B. Rousseau, la certezza che egli aveva letto e gustato la novella del suo amico La Fontaine e la probabilità che da questo potesse egli aver avuto contezza della commedia del Fiorentino, mi confermano nell’opinione, già espressa, come sopra ho notato, dal Quinet, dal Sismondi, dal De Sanctis, dal Salfi e in parte anche dal Ginguené, dal Loise e dal Klein che nel Fra Timoteo del Machiavelli debba ricercarsi la genesi del Tartufo del Molière.