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| L'umanità di Beatrice | 29 |
dotati, e basterà citare il Landino, il Nidobeato, il Vellutello e il Dolce - non tennero alcun conto dell’opinione del Filelfo la quale trovò un appassionato sostenitore - sempre per quella benedetta tenerezza della contraddizione - nel canonico Anton Maria Biscioni e, più tardi, in un altro canonico, il Dionisi.
E contro le denegazioni del Filelfo e del Biscioni stettero i più dotti e autorevoli commentatori di Dante, dal Lombardi a Brunone Bianchi, dal Foscolo al Costa, dal Cesari al Fraticelli, dal Biagioli al Tommaseo, dall’Alfieri all’Emiliani-Giudici, dal Giusti al Carducci, e soltanto due nobili ed elevati intelletti, in mezzo al coro delle sapienti elucubrazioni onde era sostenuta, comprovata, dimostrata vera, fino all’evidenza, la umanità di Beatrice, sorsero, in questi ultimi tempi, sostenitori dell’idea del Filelfo e del Biscioni, Gabriele Rossetti e Francesco Perez.
Il primo di questi scrittori, invasato dall’idea che tutto il divino poema fosse una allegoria settaria e rivoluzionaria in materia religiosa, preludio del protestantesimo, secondo lui, già maturo nell’animo del glorioso poeta, non vide in Beatrice che un simbolo dell’idea massonica, e dettò in proposito due libri: Il mistero dell’amor platonico e La Beatrice di Dante, nei quali, non ostante il grande ingegno e la larga cultura onde egli era dotato, accatastò tante visionarie e sofìstiche argomentazioni e siffatta ampia messe di dotte ed argute castronerie, da travisare completamente non soltanto il senso morale, politico e storico del poema, ma il senso estetico altresì.