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Meditazioni di un brontolone |
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pedantesca, serva de1!e esotiche leggerezze.[1] E l’Algarotti, a fascio con tutti gli altri arcadi, novera il Desanctis. «... A Roma dominava l’Arcadia, a Firenze
la Crusca. Viveva ancora celebratissimo Innocenzo Frugoni, tenuto primo de’ lirici italiani e il miglior
fabro di versi sciolti, quando Mascheroni non aveva
scritto ancora il suo Invito a Lesbia. Spiccatissimo era in lui il carattere della vecchia letteratura,
solennità e pompa di forme nella perfetta vacuità
e indifferenza del contenuto. Intorno a lui era
una schiera di prosatori e poeti, d’improvvisatori e
improvvisatrici, tutti sullo stesso stampo, Roberti e
Tornielli, Algarotti e Bettinelli, Pompei e Paradisi,
Bondi e Bertola, e Savioli, e Rezzonico e Rolli e il
Perfetti e la Corilla, il nuovo Pindaro e la nuova
Saffo, a cui si coniavano medaglie, si decretavano
corone in Campidoglio. La poesia divenne un facile
meccanismo, una merce volgare, l’accompagnamento
monotono de’ più ordinari fatti della vita, nascite,
morti, nozze, monacazioni, un gergo di convenzione
a portata de’ più mediocri. Il contrasto era grottesco fra tanta servilità e insipidezza di contenuto e
tanta pompa di frasi. Non mancavano astrazioni e
generalità morali e scientifiche, come nel Cotta, nel
Manfredi, in Francesco Maria Zanotti, e non manvcava la tradizionale oscenità come in Aurelio Bertola e nell’Abate Casti. Alla cima di questo Parnaso
stava Metastasio nella sua divinità incontrastata, e
- ↑ N. Tommaseo, Storia civile nella letteraria, Roma, Torino, Firenze, E. Loescher, 1872, nello scritto G. B. Roberti, le lettere e i Gesuiti del secolo decimottavo. pag 343.