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| 469 | Degli imitatori del Metastasio nel settecento |
eclettico, s’imbrodasse nelle leziosaggini e nelle melensaggini di Arcadia.
«Questo egregio poeta — scrive il Colombo nell’operetta satirica di sopra citata — sonava campane d’ogni fatta, picciole, grosse, mezzane, e tutte valorosamente, e certo nessuno in quella maniera nobilissima di poetare lo superò.»[1]
E il Gozzi, col suo gusto squisito e veramente oraziano, così fustigava il vuoto fragore e le vuote leziosaggini di ambedue le maniere arcadiche, in tutte due le quali troneggiava il Frugoni:
. . . . . . . . . .la poesia novella,
È una canna di bronzo alta e gagliarda
Confitta in un polmon pieno di vento,
Che, mantacando articoli, parole,
Erutti versi. Se aver don potesse
Di favella un mulino, una gualchiera,
Chi vincerebbe in poesia le ruote
Vòlte dall’acqua che per doccia corre?
Tanto solo il romor s’ama e il rimbombo!
Sulla chiavica dunque: un lago sgorghi
Rimbalzando, spumando, rintuonando
Di poesia. Del Venosin si rida,
Di palizzate e di ritegni artista,
Che a sì ricco diluvio un dì s’oppose.
Ogn’uom sia tutto. Il sofocleo coturno
Calzi c il socco di Plauto: or la sampogna
Di Teocrito suoni, or alla tromba
Gonfi le guancie, o dalle mura spicchi
Di Pindaro la cetra, o il molle suono
D’Anacreonte fra le tazze imiti.[2]
Ma di lui diversamente pensava il Bettinelli. «E quanto al Frugoni — scrive il dispregiatore del di-
- ↑ Michele Colombo, Op. cit., voi. II, pag. 319.
- ↑ Gasparo Gozzi, Opere scelte, Società tipografica de’ Classici italiani, 1822, vol. V, Serm. XI.