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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/487

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473 Degli imitatori del Metastasio nel settecento

il Frugoni fosse forse dotato «più di memoria che d’ingegno e di quella fluidità acquosa che quelli che s’accontentano delle parole, senza la densità delle idee, chiamano eloquenza,» si domanda perchè di questo «grand’uomo, colmo d’onori principeschi in vita, sepolto come un genio dopo morto, nessuno più legge le opere e perchè cento anni dopo morto sia quasi dimenticato;» al che egli stesso risponde: «per la stessa ragione per cui è dimenticata l’Arcadia, perchè mancava di quella cosa, che sola sopravvive, non solo come sostanza, ma come custode incorruttibile della forma, il pensiero.» [1] E con tutti i precedenti si accompagnano e il Cantù che stima il Frugoni «pronto ingegno, facile estro, buon coloritore ma senza disegno, abborrente dalla lima» e riconosce che «poveri concetti rinvolse in forma meschina» che «scrive talor con enfasi, mai con delicatezza e che di zeppe e di luoghi comuni e fantasie mitologiche fornisse ogni maniera di carmi, onde egli fu considerato come capo di una scuola di acciabattatori di sonetti e poemetti, ove l’ambizione s’associa con una prolissità negletta e una fatiscente sonorità, simili ai fantocci delle vetrine rivestiti di panni sfarzosi, ma dentro sono stoppa;» [2] e il Maffei il quale crede che «nessuno potrà negare che la natura aveva dotato il Frugoni di pronta e fervida immaginazione» e lo riconosce fornito «di tutte le qualità per diventare un grande poeta» ma poi afferma che egli «poco badando ai pensieri, si formò

  1. ↑ G. Guerzoni, op. cit., Lez. III.
  2. ↑ C. Cantù, op cit. pag. 25 e 26.