il Frugoni fosse forse dotato «più di memoria che d’ingegno e di quella fluidità acquosa che quelli che s’accontentano delle parole, senza la densità delle idee,
chiamano eloquenza,» si domanda perchè di questo
«grand’uomo, colmo d’onori principeschi in vita, sepolto come un genio dopo morto, nessuno più legge
le opere e perchè cento anni dopo morto sia quasi
dimenticato;» al che egli stesso risponde: «per la
stessa ragione per cui è dimenticata l’Arcadia, perchè
mancava di quella cosa, che sola sopravvive, non
solo come sostanza, ma come custode incorruttibile
della forma, il pensiero.» [1] E con tutti i precedenti
si accompagnano e il Cantù che stima il Frugoni «pronto
ingegno, facile estro, buon coloritore
ma senza disegno, abborrente dalla lima» e riconosce che «poveri concetti rinvolse in forma meschina»
che «scrive talor con enfasi, mai con delicatezza e
che di zeppe e di luoghi comuni e fantasie mitologiche fornisse ogni maniera di carmi, onde egli fu
considerato come capo di una scuola di acciabattatori di sonetti e poemetti, ove l’ambizione s’associa
con una prolissità negletta e una fatiscente sonorità,
simili ai fantocci delle vetrine rivestiti di panni
sfarzosi, ma dentro sono stoppa;» [2] e il Maffei
il quale crede che «nessuno potrà negare che la natura aveva dotato il Frugoni di pronta e fervida
immaginazione» e lo riconosce fornito «di tutte le
qualità per diventare un grande poeta» ma poi afferma che egli «poco badando ai pensieri, si formò