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| 474 | Meditazioni di un brontolone |
un frasario poetico pieno di ciancie canore e vuotissimo di cose» e trattò «come tutti gli altri poeti arcadi del tempo suo argomenti pressoché tutti futili, o tristi, o volgari, o sciocchi, o adulatori!, o bugiardi;»[1] e il Tommaseo il quale all’infuori «di pochi saggi fuggevoli di buona poesia» trova poi che nel Frugoni «la nullità dell’affetto ti si fa quasi sentire più forte in mezzo alla vivace armonia e nei luccicanti fantasmi della poesia degli infiniti versi frugoniani nei quali l’improprietà della frase, un profluvio inutile di parole, la gonfiezza del numero, l’avventataggine del tono, dovevano accompagnare una melodia senza scopo;»[2] e il Giusti che scrisse:
«Ma la stella polare alla quale mirava il branco innumerabile
«Del servo pecorame imitatore
«era Innocenzo Frugoni. Con molta vena, con un ingegno facile e pieghevole, ma portato alla vita di poeta da villeggiatura, il Frugoni scrisse, scrisse e riscrisse di tutto ciò che gli capitò sotto; dalla calata di Annibale, fino a uno speziale che l’assordiva pestando le droghe. Il Monti lo chiamò:
«Padre incorrotto di corrotti figli
«Io avrei le mie difficoltà su questo padre incorretto
- ↑ Storia della Letteratura Italiana del cav. Giuseppe Maffei, Firenze Felice Le Monnier, 1853, Vol. II, Lib. V, Cap. 6°, pag. 168 e Lib. VI, Cap. 2° pag. 241.
- ↑ N. Tommaseo, Cenni sulla Storia dell’arte nel Vol. Fasti della Letteratura Italiana nel corr. secolo additati alla gioventù studiosa dal prof. Antonio Zoncada, Milano, presso Giacomo Gnocchi, 1853, pag 384.