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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/500

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486 Meditazioni di un brontolone

E giudiziosamente, sebbene assai favorevolmente, scrive delle poesie fantoniane il citato Cardella. «In molte di esse trasferì all’italiana lira i metri del Lazio, come l’asclepiadeo, il saffico, l’alcaico, per cui tacciato venne da alcuni di essersi arrogata una soverchia licenza, e di aver ciò operato contro l’indole della nostra poesia, la quale non riconosce il suo numero e concento dalla quantità delle sillabe, ma bensì dalla diversa collocazione degli accenti e della rima. Ma, oltreché un tal tentativo non era nuovo fra noi, avendone in altri tempi dato l’esempio il Di Costanzo, il Tolomei, il Chiabrera ed il Rolli, forse i di lui censori non osservarono che i metri usati dal Fantoni erano latini di puro nome, non essendo in sostanza altro che meri versi italiani endecasillabi, settenari, quinari, eco., piani e sdruccioli, soltanto accozzati fra loro in istrofe alla foggia dei greci e dei latini, ed ornati inoltre della vaghezza e sonorità della rima. Ed invero, eccettuati quattro o cinque componimenti di metro capriccioso ed insoave, gli altri hanno suono ed armonia, e di più il pregio notabile dello sdrucciolo rimato. Ma dalla materiale struttura dei versi, passando a considerarne le intrinseche qualità, troveremo contenersi generalmente nelle odi di Labindo vivacità di pensieri, energia di espressioni, aggiustatezza di epiteti, purità di lingua, cultura di frase ed eleganza di stile. Più stimabili per altro sarebbero, se possedessero l’originalità dell’invenzione che quasi sempre in loro si desidera, non essendo la maggior parte di esse che squarci di odi oraziane nobilmente parafrasate.»