| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 488 | Meditazioni di un brontolone |
modello il principe de’ lirici latini, imitandolo fin nella struttura de’ metri; ma se togliete la facilità e sonorità arcadica alle sue odi non resta altro di durevole.»[1] E il nome di Orazio toscano contende a Labindo anche l’arguto critico che, sotto la iniziale M. (forse il Montani) nel fascicolo XXXXIV, agosto 1824, dell’Antologia, esamina le poesie del Fantoni paragonandole a quelle del Venosino, che il Fivizzanese aveva voluto evidentemente imitare e parafrasare. E, in mezzo a molte lodi largite, qua e là, ad alcune strofe fantoniane, ora si nota che il fondo del carattere del Fantoni par che fosse una gran leggerezza, ora la puerile e scolastica imitazione di lui, e quando la mancanza nel toscano dell’ornamento e del giudizio del poeta latino e quando il palese artifizio.
E se il Tommaseo si palesa piuttosto indulgente verso Labindo, il quale le innovazioni dal Chiabrera tentate sulle orme di Pindaro tentò a modo suo dietro a Orazio, rimanendo, a giudizio del critico dalmata, pero inferiore a Chiabrera perchè non profittò della, cresciuta civiltà e non espresse nei suoi versi affetti ed idee che non poteva indovinare il buon genovese[2] lo Zanella non gli è molto favorevole e scrive: «Poco letti parimenti sono i versi di Gio. Fantoni più noto col nome arcadico di Labindo. Fu detto l’Orazio toscano, perchè tolse ad imitare i metri del poeta latino e per certe massime epicuree sparse nelle sue odi. Ma chi voglia conoscere quanto sia
- ↑ Compendio della Storia dalla Letteratura italianaecc., scritto dal cavaliere C. M. Tallarigo, Napoli. Domenico Morano, 1S79, Parte II, Libro VII, pag. 816.
- ↑ N. Tommaseo, Cenni sulla storia dell’arte, nel vol. cit. luogo cit.