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Pagina:Meditazioni di un brontolone - scritti d'arte e di letteratura (IA gri 33125010115745).pdf/65

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L'umanità di Beatrice 51

zioni nitide, ciliare, lampanti e tanto più nitide, chiare e lampanti, quanto più le loro interpretazioni cervellotiche sono in opposizione colla tradizione popolare dei contemporanei, coi commenti dei figli del poeta, con tutti gli espositori della Commedia più vicini all’autore e col testo caldo, lucido, palpitante d’amore e di verità dell’immortale cantore di Beatrice.

Quanto all’obbiezione mossa da uno, dal più oscuro forse, fra gli odierni ricantatori della vecchia fandonia del Filelfo, o come mai, cioè, Dante potesse, per la morte della Portinari, esclamare di Firenze, come Geremia di Gerusalemme: «Quomodo sedet sola civitas?», è così puerile e ridicola che, in verità, par fino impossibile che l’abbia dettata un uomo che la pretende a letterato.

Da che mondo è mondo, e da che ci furono lirici che cantarono d’amore, è cosa nota «lippis et tonsoribus» che essi esagerarono sempre e sempre esagerano l’importanza che ha, nella vita reale, la donna del loro cuore. Il subbiettivismo dei loro canti amorosi fa credere loro che tutti provino i loro sentimenti, e così da Catullo, che invitava a piangere le Veneri e gli Amori e tutto il mondo romano per la morte del passero di Lesbia, a Vittoria Colonna, che vede oscurarsi il cielo e crede spento il sole, per la morte del marchese di Pescara, sempre tutti i poeti amanti cantarono finito il mondo per la morte della loro donna.

Qual meraviglia adunque che il divino poeta creda diserta Firenze, cioè, una sola città, per la morte della Portinari, che egli già aveva decantata come la più bella, la più casta, la più pura, la più soave fra tutte le donne Fiorentine?...