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| Raffaello da Urbino | 85 |
la città eterna, che non conteneva più di 80,000 abitanti; che nascondeva, sotto il fasto apparente riverberato su lei dallo splendore e dalle ricchezze della Corte Pontificia, il deperimento suo morale e materiale e, simile a donna imbellettata e colorita di minio, sembrava, ma non era realmente florida e formosa; la città eterna, la quale accoglieva nel suo seno gran numero di artisti, di poeti, di filologi, di archeologi, di scienziati, trovavasi in pieno rinascimento, in pieno umanesimo.
Il genio nazionale italiano si era spastoiato dall’aristotelismo arido e stringato e dall’ascetismo sfibrante ed oppressivo e, tornando ad attingere cultura e filosofia nelle tradizioni gloriosissime del paganesimo, ritrovava il sentimento dell’umanità nelle dottrine di Platone e nell’idolatria della forma dei Greci e dei Latini.
La lotta contro la rigidità stecchita ed antiestetica di un troppo fervido ed anti-umano cattolicesimo si era già iniziata verso la metà del secolo xiv; e chi voglia rinvenirne chiaramente le traccie, le cerchi nelle opere, e specialmente nel Decamerone di Giovanni Boccaccio.
Là, in quelle novelle, stupendi esemplari di quel verismo artistico che pretendono di avere scoperto, ai giorni nostri, certi ridicoli messeri, desiosi di levar rumore ad ogni costo, là, in quelle novelle, vere fotografie della vita del tempo, l’immortale pittore di Certaldo ritrae, con una evidenza parlante di colorito, assai superiore a quello dello Zola, le condizioni morali e materiali di una società che si trasforma e la quale da credente diventa scettica.