Pagina:Memorie storiche della città e marchesato di Ceva.djvu/16

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Ceva capo del marchesato, grosso ed antico borgo da Romani conosciuto, giace sopra la destra ripa del Tanaro, non oscuro fiume del Piemonte, nella strada che dal Mondovì a Savona conduce. Essa è cinta di muraglie ed ha una cittadella la quale per essere in parte eminente situata, non solamente tiene a freno tutta la terra, ma anche da chi tentasse di occuparla la difende. Aveva parimenti un forte Castello, il quale nelle vecchie guerre del Piemonte fu a terra gittato. Il suo popolo ne’ tempi dei nostri avi era assai più numeroso che non è di presente, poiché eccedeva senza la campagna 600 capi di Casa; ma parte per gl’infortunii, che seco portano le guerre, le quali i regni e le provincie, non che le terre consumano, e parte per l’innondazione d’un suo principale borgo, il quale alli 6 di luglio dell’anno 1584, con la morte di centinaia di persone e di animali, e perdita di una grandissima quantità di robe d’ogni sorta di un torrente detto Chiavetta, che scorre vicino alla terra, essendo stato dalle fondamenta spianato, il numero degl’abitanti appena alla metà si è ridotto.»

Contemporaneo a Monsignor Della Chiesa viveva in Ceva l’avvocato Gio. Antonio Derossi di cui si conserva manoscritto un consulto dato in favore di questa Città in ordine ad alcune giurisdizioni Marchionali. Per dare un saggio dell’enfatico stile dal seicento citeremo di questa scrittura i tratti più importanti e curiosi.

« Giace, ma s’erge con le glorie Ceva, città riguardevole di Lombardia ne’ confini del Piemonte, non lungi dalla foce del Tanaro. Siede come antichissima Cibele madre di tanti dei quante furono le virtù da’ suoi cittadini possedute; circondata con l’ampia corona di 48 Castella di sua provincia, siccome ne’ secoli trapassati era coronata con più di cento considerabili terre. La sublimità de’ suoi pregi non è già abbassata dall’umiltà del suo sito, poichè dassi a vedere capo della sua vasta provincia, e come