Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/253

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atto primo 247


m’è l’amor tuo de’ miei trionfi al paro.
Ma Fulvia ove si cela?
Che fa? Dov’è? Quando ciascun s’affretta
su le mie pompe ad appagar le ciglia,
la tua figlia non viene?
Massimo.  Ecco la figlia.
Ezio. Cara, di te piú degno (a Fulvia, nell’uscire)
torna il tuo sposo, e al volto tuo gran parte
deve de’ suoi trofei. Fra l’armi e l’ire
mi fu sprone egualmente
e la gloria e l’amor: né vinto avrei,
se premio a’ miei sudori
erano solo i trionfali allori.
Ma come! A’ dolci nomi
e di sposo e d’amante
ti veggo impallidir! Dopo la nostra
lontananza crudel, cosí m’accogli,
mi consoli cosí?
Fulvia.  (Che pena!) Io vengo...
signor...
Ezio.  Tanto rispetto,
Fulvia, con me! Perché non dirmi «fido»?
Perché «sposo» non dirmi? Ah! tu non sei
per me quella che fosti.
Fulvia.  Oh Dio! son quella;
ma senti... Ah! genitor, per me favella.
Ezio. Massimo, non tacer.
Massimo.  Tacqui finora,
perché co’ nostri mali a te non volli
le gioie avvelenar. Si vive, amico,
sotto un giogo crudel. Anche i pensieri
imparano a servir. La tua vittoria,
Ezio, ci toglie alle straniere offese:
le domestiche accresce. Era il timore
in qualche parte almeno
a Cesare di freno: or che vincesti,