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248 iv - ezio


i popoli dovranno
piú superbo soffrirlo e piú tiranno.
Ezio. Io tal nol credo. Almeno
la tirannide sua mi fu nascosa.
Che pretende? che vuol?
Massimo.  Vuol la tua sposa.
Ezio. La sposa mia! Massimo, Fulvia, e voi
consentite a tradirmi?
Fulvia.  Aimè!
Massimo.  Qual arte,
qual consiglio adoprar? Vuoi che l’esponga,
negandola al suo trono,
d’un tiranno al piacer? Vuoi che su l’orme
di Virginio io rinnovi,
per serbarla pudica,
l’esempio in lei della tragedia antica?
Ah! tu solo potresti
frangere i nostri ceppi,
vendicare i tuoi torti. Arbitro sei
del popolo e dell’armi. A Roma oppressa,
all’amor tuo tradito
dovresti una vendetta. Alfín tu sai
che non si svena al cielo
vittima piú gradita
d’un empio re.
Ezio.  Che dici mai? L’affanno
vince la tua virtú. Giudice ingiusto
delle cose è il dolor. Sono i monarchi
arbitri della terra;
di loro è il cielo. Ogni altra via si tenti,
ma non l’infedeltade.
Massimo. (abbraccia Ezio)   Anima grande,
al par del tuo valore
ammiro la tua fé, che piú costante
nelle offese diviene.
(Cangiar favella e simular conviene.)