Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/193

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atto secondo 187


a chi manchi, se vanno
le speranze di tanti in abbandono?
Arbace. Servo al dovere, e mancator non sono.
Catone. Marzia, t’accheta. Al nuovo giorno, o prence,
sieguan le nozze, io tei consento: intanto
ad impedir di Cesare il ritorno
mi porto in questo punto.
Marzia. (Dèi! che farò?)

SCENA II

Fulvio e detti.

Fulvio. Signor, Cesare è giunto.
Marzia. (Torno a sperar.)
Catone. Dov’è?
Fulvio. D’Utica appena
entrò le mura.
Arbace. (Io son di nuovo in pena.)
Catone. Vanne, Fulvio; al suo campo
digli che rieda. In questo di non voglio
trattar di pace.
Fulvio. E perché mai?
Catone. Non rendo
ragione altrui dell’opre mie.
Fulvio. Ma questo,
in ogni altro che in te, mancar saria
alla pubblica fede.
Catone. Mancò Cesare prima. Al suo ritorno
l’ora prefissa è scorsa.
Fulvio. E tanto esatto
i momenti misuri?
Catone. Altre cagioni
vi sono ancora.
Fulvio. E qual cagion? Due volte
Cesare in un sol giorno a te sen viene.