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230 iii - catone in utica


SCENA VI

Cesare e detta.

Cesare. Ecco d’Iside il fonte. Ai noti segni
questo il varco sará. Floro, m’ascolti?...
Floro!... Noi veggio piú. Sin qui condurmi,
poi dileguarsi! Io fui
troppo incauto in fidarmi. Eh! non è questo
il primo ardir felice. Io di mia sorte
feci in rischio maggior piú certa prova.
(nell’entrare s’incontra in Emilia, che esce dagli acquedotti con la sua gente, la quale circonda Cesare)
Emilia. Ma questa volta il suo favor non giova.
Cesare. Emilia!
Emilia. È giunto il tempo
delle vendette mie.
Cesare. Fulvio ha potuto
ingannarmi cosi?
Emilia. No, dell’inganno
tutta la gloria è mia. Della sua fede
giurata a te contro di te mi valsi.
Perché impedisse il tuo ritorno al campo,
a Fulvio io figurai
d’Utica su le porte i tuoi perigli.
Per condurti ove sei, Floro io mandai
con simulato zelo a palesarti
questa incognita strada. Or dal mio sdegno,
se puoi, t’invola.
Cesare. Un femminil pensiero
quanto giunge a tentar!
Emilia. Forse volevi
che insensati gli dèi sempre i tuoi falli
soffrissero così? Che sempre il mondo
pianger dovesse in servitú dell’empio
suo barbaro oppressor? Che l’ombra grande
del tradito Pompeo
eternamente invendicata errasse?
Folle! Contro i malvagi,