Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/290

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284 iv - ezio


Valentiniano.  Ezio, tu sei
d’ogni colpa innocente. Invido Augusto
di cotesta tua gloria, il tutto ha finto.
Solo un gíudicío io chiedo
dall’eccelsa tua mente. Al suo sovrano
contrastando la sposa,
il suddito è ribelle?
Ezio.  E al suo vassallo,
che il prevenne in amor, quando la tolga,
il sovrano è tiranno?
Valentiniano.  A quel che dici,
dunque Fulvia t’amò?
Fulvia.  (Che pena!)
Valentiniano.  A lui
togli, o cara, un inganno, e di’ s’io fui
il tuo foco primiero,
se l’ultimo sarò: spiegalo.
Fulvia. (a Valentiniano)   È vero.
Ezio. Ah perfida! ah spergiura! A questo colpo
manca la mia costanza.
Valentiniano.  Vedi se t’ingannò la tua speranza. (ad Ezio)
Ezio. Non trionfar di me. Troppo ti fidi
d’una donna incostante. A lei la cura
lascio di vendicarmi. Io mi lusingo
che’l proverai.
Fulvia.  (Né posso dir che fingo.)
Massimo. (E Fulvia non si perde!)
Ezio.  In questo stato
non conosco me stesso. In faccia a lei
mi si divide il cor. Pena maggiore,
Massimo, da che nacqui, io non provai.
FULVIA. (Io mi sento morir.) (s’alza piangendo e vuol partire)
Valentiniano.  Fulvia, che fai?
Fulvia. Voglio partir, ché a tanti ingiusti oltraggi
piú non resisto.
Valentiniano.  Anzi t’arresta, e siegui
a punirlo cosi.