Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/91

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varianti 85


Enea. Non irritar, superbo,
la sofferenza mia.
Iarba. Parmi però che sia
viltá, non sofferenza il tuo ritegno.
Per un momento il legno
.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    
Enea. Sì, mori... Ma che fo? Vivi! Non voglio
nel tuo sangue infedele
questo acciaro macchiar, (lascia Iarba, il quale sorge)
Iarba.  Sorte crudele!
          Enea. Vivi, superbo, e regna;
     regna per gloria mia,
     vivi per tuo rossor.
          E la tua pena sia
     il rammentar che in dono
     ti die’ la vita e il trono,
     pietoso, il vincitor. (parte)

SCENA III

Iarba solo.

Ed io son vinto, ed io soffro una vita
che d’un vile stranier due volte è dono?
No, vendetta, vendetta! e, se non posso
nel sangue d’un rivale
tutto estinguer lo sdegno,
opprimerá la mia caduta un regno.
          Su la pendice alpina
     dura la quercia antica,
     e la stagion nemica
     per lei fatai non è.
          Ma, quando poi ruina
     di mille etadi a fronte,
     gran parte fa del monte
     precipitar con sé. (parte)