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atto secondo 137


Semira. Padre inumano!
Mandane. (piange) (Ah! mi tradisce il pianto.)
Arbace. Piange Mandane! E pur sentisti alfine
qualche pietá del mio destin tiranno!
Mandane. Si piange di piacer come d’affanno.
Artabano. Di giudice severo
adempite ho le parti. Ah! si permetta
agli affetti di padre
uno sfogo, o signor. Figlio, perdona
alla barbara legge
d’un tiranno dover. Soffri, ché poco
ti rimane a soffrir. Non ti spaventi
l’aspetto della pena: il mal peggiore
è de’ mali il timor.
Arbace. Vacilla, o padre,
la sofferenza mia. Trovarmi esposto
in faccia al mondo intero
in sembianza di reo; veder recise
sul verdeggiar le mie speranze, estinti
sull’aurora i miei dí; vedermi in odio
alla Persia, all’amico, a lei che adoro:
saper che ’l padre mio...
barbaro padre... (Ah, ch’io mi perdo!) Addio.
(in atto di partire: poi si ferma)
Artabano. (Io gelo!)
Mandane. (Io moro!)
Arbace. Oh, temerario Arbace!
dove trascorri? Ah! genitor, perdona:
eccomi a’ piedi tuoi; scusa i trasporti
d’un insano dolor. Tutto il mio sangue
si versi pur, non me ne lagno; e, invece
di chiamarla tiranna,
io bacio quella man che mi condanna.
Artabano. Basta, sorgi: pur troppo
hai ragion di lagnarti.
Ma sappi... (Oh Dio!) Prendi un abbraccio e parti.